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Carnevale a Parigi



Tutti indossiamo una maschera, sempre, continuamente. Era una delle cose più scontate che avesse sentito dire a Michel. Il critico letterario, di solito brillante, aveva stupito Kay sciorinando la più banale delle verità, una frase che non scrivevano più neanche nella carta dei cioccolatini e poi lo aveva invitato a farsi una striscia di coca, che il ragazzo aveva rifiutato. Voleva restare lucido, anche perché, da come parevano evolversi le cose quel pomeriggio, pensava che sarebbe stato saggio, per la propria sicurezza, che almeno uno di loro lo fosse.

Il martedì grasso a Parigi era uno spettacolo a cui avrebbe voluto assistere con Samuela. Era curioso di vedere la parata con lei, magari indossare costumi abbinati e mangiare pasticcini in qualche caffè sciccoso del centro, ma la pittrice si era rintanata nel suo studio con la scusa che avrebbe dovuto finire un quadro in breve tempo e non gli aveva dato alcuna soddisfazione. Perciò aveva attraversato il quartiere trascinando i piedi sull’acciottolato ed era andato a casa di Michel. L’aveva trovato in fervida attività; molto probabilmente già sotto effetto di qualche sostanza stimolante. Dalla porta del balcone, che aveva spalancato, giungevano a fargli compagnia i suoni della strada. Urla e schiamazzi di una folla in costume che Kay, che era arrivato lì camminando a testa bassa, immerso nella sua mente come al suo solito, notò in quel momento, affacciandosi dal balcone. Michel sorrideva con un’espressione genuina che gli aveva visto solo raramente. Si muoveva per la casa eccitato, canticchiando un motivetto tra i denti.

«Adoro queste parate in maschera.» gli aveva confidato, guardandolo dall’altro lato del letto matrimoniale, con le mani sui fianchi. «Sono l’occasione per essere quello che sei, senza provare vergogna, mentre fingi di non esserlo affatto. Non trovi sia un fenomeno sociale singolare?»

Senza dargli il tempo di elaborare una risposta, con un cenno della testa gli indicò la montagna di stoffe colorate, accatastate sul letto l’una sull’altra, da cui sputavano qua e là stecche di plastica e piume.

«Scegline uno, che andiamo a mischiarci ai folli là sotto. Io mi vestirò di conseguenza.»

Kay aveva sorriso tra sé; l’aveva intesa come una sfida e, di certo, non si aspettava che Michel si sentisse tanto a proprio agio nei panni di una dama del settecento, tra la sottana ingombrante e la gonna lunga fino ai piedi, dato che lui aveva scelto astutamente un costume da Lord.

Recitava la sua parte con entusiasmo, trascinandolo a braccetto in mezzo alla folla e sventagliandosi allo stesso tempo con fare lezioso. Una ragazza in costume da biancaneve lo salutò un un largo inchino, che lui non mancò di ricambiare con tutta la grazia di cui era naturalmente dotato, esaltata dai panni femminili che avrebbero dovuto invece renderlo più goffo, almeno secondo Kay. Si era persino truccato, evidenziando i suoi occhi verde bosco con l’eyeliner nero e passandosi sulle labbra un rossetto di colore rosso acceso.

Tra le maschere, i carri che passavano loro accanto, da cui veniva lanciata una pioggia di coriandoli, la musica e il ritmo battuto da incalzanti tamburi, si stava proprio divertendo. Per fortuna gli aveva concesso di indossare una mascherina nera da carnevale davanti agli occhi, altrimenti la sua vergogna sarebbe stata totale. Kay, in quanto causa del suo male, non poteva fare altro che piangere se stesso; avrebbe dovuto sapere che sarebbe servito ben più di un costume da donna a mettere in imbarazzo Michel e un po’, per quello, segretamente lo ammirava. Era in quei momenti che a confronto col suo amante si sentiva proprio un ragazzino. Per lui non era facile abbandonare le sue incertezze, la timidezza. A tratti si vedeva sfrontato, come gli insegnava ad essere Michel, altre si sentiva ancora un pesce fuor d’acqua in mezzo al circolo di artisti e collezionisti francesi che frequentava abitualmente insieme a lui e Samuela. Gli sarebbe piaciuto diventare presto un uomo tanto sicuro di se stesso e della propria virilità da non farsi problemi a pavoneggiarsi in giro, ridendo e scherzando con i suoi concittadini che gliene offrivano l’opportunità.

Nello stordimento della parata che infuriava, il rullo dei tamburi che si alzava dal gruppo dei templari, che si rincorrevano chiassosi su e giù per la strada e altre maschere, che guardava giungere da in fondo alla strada accompagnando un carro che avanzava lentamente, col drago di cartapesta che muoveva il lungo collo a destra e sinistra, Kay si era distratto e quando sentì una mano strizzargli la natica saltò per aria. Michel si voltò verso di lui e sorrise.

«Voglio portarti in un posto.»

Timidamente si lasciò prendere per mano e sgusciando via dalla parata, seguì Michel che aveva imboccato una traversa poco trafficata. Sbucati in strada, dove passavano le macchine, le loro figure in costume spiccavano tra la gente vestita in modo normale che passeggiava sul marciapiede. Kay guardandosi intorno, si sentì stringere lo stomaco e strizzò la mano di Michel.

«Vuoi dirmi dove stiamo andando?»

Michel si voltò e si avvicinò a lui per quanto glielo permetteva l’ampia sottana.

«No,» sorrise al comparire del suo grugno scocciato. «ma ti prometto che ti piacerà, mon cher. Tu ami la letteratura, non è vero? Come me.»

E quindi? Di tutte le possibili congetture che gli si affollavano in testa, non riusciva a sceglierne una con cui credeva che il suo amante gli avrebbe fatto pagare la scelta dei costumi. Doveva essere una cosa del genere, altrimenti, non capiva perché gli avesse fatto abbandonare la parata

Dopo qualche metro Michel si fermò di nuovo e si girò a guardarlo sospirando.

«La vuoi smettere, Kay? Sento il rumore dei tuoi pensieri, per quanto pensi forte. È una cosa estremamente fastidiosa.»

«Se mi dicessi dove stiamo andando mi sentirei più tranquillo. Dammi almeno un indizio.»

Michel rilassò le spalle e sorrise.

«In tempi medievali era la festa dei folli. I padroni, per un giorno, erano schiavi. Gli schiavi potevano spadroneggiare. I sovversivi giravano nudi o portando porci al guinzaglio per dileggiare i preti. I gitani danzavano e le streghe spillavano denari elargendo buona sorte o maledizioni. Le cose sono cambiate da allora. Al giorno d’oggi il buon costume non è disposto a chiudere un occhio sugli atti osceni in pubblico, neanche a carnevale. Hai visto quanti poliziotti alla parata?»

«E allora?»

«Allora, amico mio, se vogliamo commettere atti osceni, dobbiamo trovare un luogo privato e io ne conosco uno che fa al caso nostro.»

***

Michel sapeva che l’avrebbe seguito. Era un ragazzo avventuroso, per quanto giocasse a nascondersi dietro quella maschera di puritanesimo così poco europea, che gli ricordava più di altre piccole idiosincrasie che era americano. Lui aveva pazienza e la voglia di trasformarlo, non solo per godersi il cambiamento del suo giovane libertino. Un dono come il suo, quella sfacciata capacità di dare e prendersi il piacere senza provare un solo moto di spirito, che celava in profondità dietro la maschera da bravo ragazzo, era troppo interessante da non condividere. Ma Kay era troppo intelligente per blandirlo con i complimenti. Doveva trovare un altro modo per farlo cedere e il fatto che Samuela collaborasse tanto poco alla sua educazione cominciava a stancarlo.

Per il momento, era già abbastanza che lo seguisse senza opporre resistenza, pur non sapendo dove stessero andando. Certo, non gli diceva tutto quello che pensava, ma quello che gli diceva, com’era la frase? No, chi voleva ingannare? Kay, e spesso ci riusciva pure. Il ragazzo col tempo aveva imparato a notare il suo manierismo e a imitarlo, sebbene non fosse ancora tanto bravo. Lo studente non padroneggiava la materia, perciò Michel pensava che calandosi bene nel ruolo di maestro poteva ancora fargli masticare le sue verità. Non era difficile. Con lui se la cavava con una scopata e una lezione di storia ed entrambe le cose non è che gli costassero poi tanto. Ancora non aveva avuto da lui quello che voleva, ma contava presto di riuscire a fare breccia nelle sue difese. Stava sollevando la maschera, gli serviva soltanto un po’ più di tempo, o almeno così credeva.

Erano entrati nella biblioteca e Michel aveva fatto chiamare il direttore, che l’aveva salutato come si fa con un vecchio amico. Si erano scambiati battute, mentre Kay aspettava in piedi vicino a uno scaffale. La receptionist continuava ad alzare gli occhi su di lui e sorridere, cosa che gli fece rimpiangere di aver indossato quel buffo costume. Se Michel voleva venire qui, pensava, avrebbero potuto almeno passare da casa e cambiarsi in abiti normali. I pochi avventori della biblioteca che stavano seduti ai tavoli a leggere o occupavano le poltroncine davanti alla finestra, non badavano più di tanto a loro, ma all’ennesima occhiatina della ragazza dietro al bancone, Kay spostò il peso da un piede all’altro e sospirando guardò verso Michel, che pareva non preoccuparsi minimamente della propria mise, anzi. Dopo qualche minuto di chiacchiere in francese di cui era riuscito a cogliere solo qualche stralcio, il direttore si congedò e Michel venne verso di lui. Sorridendo, aprì il palmo per mostrargli che reggeva una chiave.

Senza dire nulla lo seguì tra corridoi e scaffali, fino a una porta un po’ nascosta, in una sezione lontana dall’ingresso. Michel lo invitò a entrare e la richiuse subito dall’interno, lasciando la chiave nella toppa. Era una stanza fredda, con le pareti coperte da pannelli di legno e un tavolo di legno grezzo che conferivano un’aria antica e solenne agli scaffali dove erano sistemati con cura volumi antichi, con copertine di pelle o di carta. I più delicati erano sistemati in teche di vetro, da cui si riusciva a leggere solo la prima pagina.

«Benvenuto a Les Enfers de la Bibliothèque Nationale. Qui è dove sono conservate le opere licenziose della nostra letteratura. Gli scritti che non incontravano il favore della chiesa, la pornografia del medioevo. Ovviamente opere del genere dovevano essere nascoste e dove, se non all’inferno?»

«L’inferno? »

«Oui, mon cher. È vietato l’ingresso al pubblico, se non hai un permesso speciale accordato dal direttore in persona. In questa sala sono conservati i testi proibiti. La maggior parte di essi, sai, è dedicata al clero di Francia.»

Kay si mise a ridere. «Davvero?»

La mano fredda di Michel si posò sulla sua che scandagliava i libri dello scaffale che aveva davanti e la fece fermare sulla copertina di pelle di uno in particolare. “Eleonoro”.

«È uno dei miei preferiti. Narra di una novizia,»

Davanti alle sopracciglia inarcate di Kay Michel sorrise.

«Sì, una suora. Eleonora una notte incontra Priapo, il dio greco dal gigantesco fallo, divinità del vigore sessuale, che si manifesta a lei e la trasforma in uomo con un incantesimo.»

«Un dio greco che compare nella storia di una suora? Bizzarro.»

«Siamo nell’età dei lumi. Nel tardo settecento i letterati rivisitano la cultura classica greca e romana, quindi, no, non è strano. È filologia, Kay, dov’eri con la testa quando te ne parlavo?»

Aprì la bocca per rispondere e la richiuse accorgendosi in ritardo dal mezzo sorriso di Michel che era una domanda retorica. Sapeva di essere perennemente distratto durante le lezioni con cui il critico pretendeva di istruirlo e spesso ne era proprio lui la causa. Non era colpa sua, se cominciava a spiegargli quelle cose nei momenti più intimi che condividevano. Kay era più attento a foderare i denti con le labbra per non graffiare la durezza che doveva afferrare saldamente per non farsela spingere in gola, che non alla filologia o alla mitologia greco-romana.

Era in quei momenti in particolare che gli piaceva insegnare, forse perché Michel si eccitava con la cultura. Kay aveva diciannove anni e non gli serviva altro che un bacio sensuale, il suo odore virile, la promessa della sua mano che si infilava lentamente sotto la cinta dei pantaloni, quando cominciava ad accarezzarlo. Si eccitava con niente, ma capiva che per l’uomo più grande, che aveva superato i trentacinque anni, poteva essere più complicato. Michel aveva una carica erotica prepotente, tuttavia non era nulla in confronto alla sua.

Quando sentì il corpo aderire alla sua schiena, le sue mani scivolargli sugli inguini coperti dai calzoni di velluto, era già eccitato. Voltò solo la testa per baciarlo e mentre le loro lingue giocavano a rincorrersi tra loro si sentì tirare lontano dagli scaffali dei preziosi libri e sentendo il legno duro contro il sedere capì che l’aveva spinto verso il tavolo. La traccia del rossetto di Michel gli aveva macchiato la faccia come una stria di sangue. L’uomo, tra un bacio e l’altro, gli afferrò il pene da sopra la stoffa dei pantaloni e sussurrò contro il suo orecchio:

«Immagina cosa può fare una viziosa che all’improvviso può disporre di questo a suo piacimento.»

«L’elicottero?»

Michel sorrise sollevando un angolo della bocca. «No, stupido.»

Gli posò la mano sulla guancia per poi attirarlo a sé e baciarlo ancora.

«Ha cominciato a usarlo il più possibile, con tutti. Suore, seminaristi e abati. Si è fatta amanti di tutti i tipi, donne e uomini, senza farsi mancare nulla.»

Kay sussultava a ogni strizzata della sua mano, che rischiava pericolosamente di farlo venire. Era senza fiato, perché respirando non sarebbe riuscito a trattenersi e non voleva abbandonarsi ancora. Michel avrebbe riso di lui.

«Si può dire che ha ben saputo sfruttare il dono del dio. Dalla sua parte Eleonoro aveva la gioventù e la bellezza, che lo aiutavano a conquistare sempre più cari amici e naturalmente portarseli a letto. Mi ricorda te.»

La mano che lo stringeva abbandonò il suo posto e Kay tirò un sospiro di sollievo vedendo il suo amante che arretrava e si tirava in piedi, lasciando lui a sedere sul tavolo, e afferrandogli le mani se le portò alle labbra per posargli un bacio leggero sulle dita.

Kay deglutì.

«Che c’entro io?»

Michel gli sfilò la maschera dal volto, attento a non pinzargli i capelli con l’elastico e la lasciò cadere sul tavolo. Kay saltò giù e lo aiutò a slacciare il corpetto del vestito da donna e senza il suo sostegno, la gonna scivolò ad accasciarsi sul pavimento e lui, che sotto il costume indossava dei jeans e una t-shirt a maniche lunghe, sgusciando fuori da quell’involucro tornò ad essere uomo. Attirò Kay contro di sé e gli cinse i fianchi.

«Tu indossi sempre una maschera, ma so che in fondo sei come lei/lui, Eleonoro. Ti piace il sesso. Se credi sia un peccato ammetterlo, non preoccuparti ora. Siamo all’inferno. A me puoi confessarlo. Ti piace essere adorato,» la sua mano scivolò lungo la linea sottile del suo collo mentre lo diceva, «coccolato,» aggiunse e catturò le sue labbra in un bacio rapido, «scopato,» si fermò per dire prima di insinuargli dentro la lingua, strappandogli un gemito.

Non doveva dire nulla, perché Michel conosceva il suo corpo. Era consapevole dell’erezione che gli stava provocando, che ora gli tirava contro la calzamaglia da nobile che indossava sotto i calzoni a sbuffo e ignorava di prendersene cura. Lo faceva apposta, per farsi desiderare ancora di più.

«Ti piace sia con gli uomini che con le donne. Sei un vizioso.» Concluse, passando a far scivolare la lingua calda sul suo collo, per andare a baciarlo dietro l’orecchio. Kay, sudato, annuì. Si sentiva un po’ intontito dal dolce assalto che stava subendo e aveva la testa leggera come una nuvola. Desiderava che Michel lo toccasse ancora e non solo in volto, ma quando le sue mani si infilarono sotto la cintura dei calzoni che avevano slacciato e sotto la calzamaglia, si trovò a rabbrividire.

«Perché non torniamo a casa? Qui fa troppo freddo.»

Per tutta risposta Michel lo afferrò per la nuca e lo spinse in avanti a coricarsi sul tavolo. Fece in tempo a pararsi con le mani poco prima di sbattere la faccia contro il legno.

«Quando e dove lo decido io.»

Si era quasi allarmato dal repentino cambiamento dell’uomo, quando lo sentì ridacchiare dall’alto con la sua voce sensuale. Sentì le sue mani che risalivano ad accarezzargli i fianchi, infilandosi sotto il giubbino di velluto marrone. Poi Michel si chinò sulla sua schiena e si sporse in avanti a cercare le sue labbra.

«Scherzo, piccolo mio. Sai che non dico sul serio. Non ti forzerei mai. Ora parlami, dimmi cosa vuoi.»

«Voglio te…» mugolò contro le sue labbra, sapendo che non gli sarebbe bastato. C’era una vena crudele in lui, che non si arrendeva finché non aveva ottenuto ciò che desiderava. La sua resa incondizionata, a costo di umiliarlo. Era così che gli piaceva prenderlo. Quando era trafelato e compiacente ad ogni gioco sessuale che gli avrebbe proposto. Si faceva remissivo perché aveva capito che la cosa lo eccitava e a lui piaceva vedere Michel eccitato all’inverosimile.

L’aria sulle gambe nude era fredda, ora che stava piegato in avanti sul tavolo, con le braghe calate attorno alle caviglie, nella posizione in cui l’aveva messo e non accennava a muoversi. Era indeciso se lamentarsi o meno per il freddo. Se avesse insistito, era sicuro che Michel l’avrebbe portato a casa, ma in quel momento l’eccitazione stava avendo la meglio su di lui e non voleva che il loro gioco erotico finisse lasciandolo insoddisfatto. Le mani dell’uomo che stava in piedi dietro di lui si posarono sulle sue natiche, come a volerle scaldare con le carezze.

«Dimmi cosa vuoi che ti faccia, e lo farò.»

Kay deglutì. Una vampata di calore improvviso salì a scaldargli le guance.

«S-scopami…»

La sua risposta fu appagata da carezze più audaci. Una mano scivolò giù a toccarlo in mezzo alle gambe, lui le divaricò di più per invitarlo a continuare e quando il palmo si avvolse intorno al suo palo duro emise un gemito.

«Dove?»

«Che?»

Immerso nelle sensazioni piacevoli che gli provocavano le carezze provocanti di Michel, davvero non aveva capito la domanda.

«Dimmi dove vuoi essere scopato.»

«Dietro.»

«Non capisco.»

Era inutile. Con lui non riusciva a vincere. L’unico modo per superare quel momento era dargli quello che chiedeva. Voleva che Kay fosse volgare perché non gli piaceva, perché sapeva che abbandonare la sua maschera di bravo ragazzo lo faceva sentire umiliato. Il suo giovane amante aveva un senso del pudore che lui si divertiva a distruggere. Semplicemente, odiava esplicitare le cose quando si trattava di sesso e avere tanto potere su di lui da riuscire a fargli dire chiaramente quello che voleva a letto eccitava Michel, che passandogli le mani sulla schiena nuda, sotto gli strati di maglia, lo incitò ancora.

«Vuoi il mio cazzo? Allora dimmi dove devo mettertelo.»

«Michel…»

Spingendo l’inguine contro il suo sedere esposto, si piegò sopra la sua schiena, coprendolo col proprio peso per incontrare il suo sguardo da vicino. Gli passò una mano tra i capelli e dopo un bacio mormorò:

«Lo vuoi nel culo?» Kay non rispose e si morse il labbro inferiore. Michel si rialzò. Per qualche istante contemplò il suo amante piegato in avanti in quella posizione, coricato sul tavolo con le terga all’aria. Le piccole natiche sode con la pelle increspata dal freddo. Doveva ammettere che era una visione deliziosa. Il ragazzo, non sapendo cosa succedeva dietro di lui, cominciava a spazientirsi, quando sentì una mano di Michel posarsi sul fondo della schiena per trattenerlo giù e un dito coperto di unguento freddo e viscido accarezzargli il solto tra le natiche. Si insinuò dentro di lui senza causargli dolore e andò a trovare il punto dove Kay era più sensibile. Cominciò a toccarlo, spingendo il dito in avanti ritmicamente. Sentendo il ragazzo respirare forte, Michel sollevò un angolo della bocca, compiaciuto di se stesso.

«Ti piace così?»

Kay arrossì di nuovo, percependo i movimenti dell’uomo dietro di lui, che si inginocchiava a terra e si piegava in modo da riuscire a infilarsi il suo bastone duro tra le labbra e succhiare con vigore la punta mentre col dito continuava a stimolarlo dall’interno. Certo che gli piaceva. In mezzo agli scaffali dei libri infernali della letteratura francese, Kay era in paradiso. Avrebbe solo voluto che Michel non si divertisse tanto a fargli esplicitare l’ovvio.

«Adesso ti fotto, piccolo.» annunciò, come se non avesse sentito la testa calda del suo membro unto col lubrificante che si faceva prepotentemente avanti contro il suo buchino, mentre con le mani gli teneva separate le natiche. Dovette forzare un po’ per avanzare e Kay, che aveva provato quel gioco poche volte con Michel, si irrigidì invece di rilassarsi, e quell’errore gli provocò una stilettata di dolore che si irradiò su per la schiena spingendolo a gridare e ritrarsi. Michel si piegò subito su di lui per accarezzargli la testa e sussurrargli all’orecchio.

«Scusami, piccolo. Ti ho fatto tanto male?» Kay annuì, strizzando gli occhi e quando li riaprì, dal nulla, si materializzò nel suo campo visivo una boccetta, che pareva fluttuare tra i loro volti mentre si guardavano. «Inala. Ti aiuterà a rilassarti.»

Deglutì. Sapeva che era una droga. Michel gliel’aveva fatta usare una o due volte. Era una botta di euforia di breve durata, ma il suo effetto sui muscoli era immediato. Infatti, subito dopo, l’uomo riprese a spingersi dentro di lui e stavolta ottenne la vittoria che agognava, entrò in profondità. Appena l’euforia si dissolse Kay strinse i denti. Le spinte di Michel non gli facevano propriamente male, ma non erano neanche piacevoli. Sapeva per esperienza che dopo qualche minuto sarebbe stato meglio e si risolse a resistere al bruciore che gli provocava il membro che lo trapanava. Usciva e rientrava sempre più veloce, aiutato da una dose generosa di lubrificante e lui cominciava ad abituarsi, quando Michel si fermò. Scivolò fuori dal suo corpo e lo fece girare. La sua mano si strinse intorno al palo di Kay che fino a quel momento aveva ignorato e mentre lo segava, coinvolse la sua bocca impiastrata di rossetto in un bacio focoso che gli fece recuperare tutto il vigore e l’eccitazione che aveva perso durante la penetrazione. Proprio quando Kay cominciava a pensare che volesse farlo venire così, Michel lo sollevò per i fianchi e lo aiutò a sedersi sul tavolo. Gli disse di coricarsi e tenendogli sollevate le gambe riprese a penetrarlo.

«Ti piace così?»

Voleva farlo parlare e Kay desiderava solo tacere. Mesi prima, quando era arrivato a Parigi, non sapeva neanche che gli uomini lo eccitassero. Aveva avuto poche esperienze al liceo. Aveva guardato i suoi compagni negli spogliatoi e fantasticato, ma nient’altro. Credeva fosse una fase da cui passavano tutti i ragazzi della sua età. Prima di incontrare Samuela, a diciannove anni suonati, era vergine, lo era stato tutta la vita e dopo una manciata di mesi in Francia stava facendo sesso con un uomo sul tavolo della biblioteca nazionale. Travolto dall’orgasmo che lo colse come un’onda marina, Kay artigliò le braccia di Michel, coperte della maglia e strinse forte, mentre l’altro continuava a scoparlo. Pochi secondi e si trovò ad ansimare forte al ritmo stabilito dai fianchi di Michel che gli sbattevano contro e dello scivolare dentro e fuori del suo uccello duro. Gli sfiorò la guancia con la mano e Michel rallentò, alzò la testa e guardandolo da poco più in alto gli sorrise, senza capire il suo improvviso gesto di tenerezza, finché Kay non dischiuse le labbra arrossate per reclamare uno dei suoi baci e sussurrò contro le sue labbra.

«Mi piace che mi insegni nuove cose, anche se sei un po’ rude.»

Michel per tutta risposta prese a spingersi dentro di lui e grugnendo raddoppiò il vigore dei colpi delle sue anche che spingendosi in avanti come a volerlo spezzare, polverizzare, facevano tremare il tavolo.

«Ti apro. Nuovi. Orizzonti.» gli ansimò nell’orecchio spingendosi dentro di lui per l’ultima volta prima di arrestarsi in fondo e riversare pulsando il suo liquido caldo, «Nel culo» decretò gemendo, travolto dal brivido dell’orgasmo. Michel poteva sussurrargli all’orecchio le cose più volgari e in francese suonavano dolci come il miele, ma questo suo lato crudele lo inquietava. Era troppo strano come un attimo prima fosse l’amante più dolce e possessivo del mondo e un attimo dopo, lo congedava senza cerimonie per potersene stare da solo a scrivere, lavorare, o leggere i classici seduto in poltrona. Stando con lui aveva imparato a godersi i momenti in cui lo gratificava con la sua presenza e a non prendersela troppo quando si dimenticava di lui. Dopotutto, non era nemmeno il suo unico amante. Con lui si divertiva e si svagava. Gli voleva bene, imparava da Michel, però aveva Samuela. Era lei da cui sarebbe sempre tornato la sera, scodinzolando come un cane, se necessario. Lei era la padrona del suo cuore.

Dopo che ebbero finito, Michel si stese sulla schiena sul tavolo accanto a lui e si accese una sigaretta. Kay si tirò su la calzamaglia perché ricominciava a sentire freddo e si puntellandosi su un gomito sul legno duro, per guardarlo negli occhi, abbozzò un sorriso.

«Sono certo che qui vige un divieto assoluto di fumare.»

«’viga’ un divieto, Kay. Tempi verbali.»

«Grazie. Comunque, sei bravo, evita l’argomento.»

«E tu, quando vuoi un tiro dalla mia sigaretta, basta che lo chieda.»

Sorrise e la prese dalle sue dita. Se la portò alle labbra e inspirò il fumo fissando il soffitto in alto sopra la sua testa. Michel percorse la stanza con lo sguardo.

«Hai ragione, sarebbe un vero peccato se queste meraviglie dell’antichità andassero perdute. Ti ho mai parlato dell’incendio alla biblioteca di Alessandria, che distrusse gran parte del sapere degli antichi,»

«Sì,» lo interruppe, restituendogli la sigaretta. «Mi hai fatto una testa così con quella storia.»

Michel, un po’ risentito, forse per il fatto che il ragazzo avesse una memoria tanto buona e la sua cominciasse invece a perdere colpi, si chinò su di lui e lo baciò sulle labbra. Con la mano che reggeva la sigaretta gli accarezzò un fianco coperto dal ghiacchetto di velluto.

«Ci sono dei miei cari amici che pagherebbero molti soldi per farti quello che ti ho appena fatto. Che ne dici?»

Kay aggrottò le sopracciglia. «Riguardo cosa?»

«Non c’è qualcuno, tra i miei amici, che ti piace particolarmente, da cui te lo faresti fare?»

«No, non voglio.»

Mormorò, poi per nascondere le lacrime che gli erano affacciate agli angoli degli occhi, si voltò dall’altra parte e rannicchiandosi su se stesso, deglutì. Non era la prima volta che glielo chiedeva e sinceramente, quella proposta insistente cominciava a stancarlo. Siccome frequentare un uomo e una donna, che avevano concordato di farlo, per lui era già una trasgressione, non sentiva il bisogno di andare a letto con altri. C’era qualcosa dentro di lui che si bagnava e diventava pesante, come se una parte della sua anima le lacrimasse sopra, ogni volta che glielo chiedeva e Michel, pur sapendolo, non mancava di ripetersi. A ferirlo era la consapevolezza di non essere abbastanza trasgressivo per i gusti del suo amante così adulto e smaliziato. Voleva compiacerlo, ma non fino a perdere se stesso e non sapeva come fare a farglielo capire, perché non glielo chiedesse più. Forse la sua ritrosia era una maschera, come insinuava lui, ma era una che non intendeva farsi strappare per paura di quello che ci avrebbe visto sotto, quando si fosse guardato allo specchio.

Michel si alzò a sedere, si sporse a spegnere la sigaretta sotto il tavolo e lasciato cadere il mozzicone sul pavimento, saltò giù. Senza dire una parola si mise a raccogliere i pezzi del costume da dama di cui si era spogliato e si diresse verso la porta. Kay si alzò in piedi e si affrettò a seguirlo. Sapeva che dopo l’ennesimo rifiuto, gli avrebbe tenuto il muso per qualche giorno, ma si consolava perché a casa c’era Samuela ad aspettarlo. La pittrice era l’unica al mondo che lo capiva e lo accettava per quello che era senza forzarlo a trasformarsi in quello che non sentiva di essere, sfruttando il suo desiderio sessuale per travolgerlo nel carosello di un carnevale amaro. Lo amava senza richieste assurde, senza maschere. Il suo era vero amore. O almeno, così credeva lui.


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