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Excerpt for Kogitsune, La piccola volpe by , available in its entirety at Smashwords

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Xia Xia Lake




Kogitsune

La piccola volpe













Immagine di copertina: Ekaterina Glazovak| Dreamstime.com

Design di copertina: Xia Xia Lake con Canva.com


http://xiaxiastorylake.com


Questo è un lavoro di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in modo fittizio. Ogni somiglianza con persone, vive o morte, aziende, eventi o locali è puramente casuale.


Copyright 2018 Xia Xia Lake


Traduzione di Cristina Massaccesi



Tutti i diritti riservati.


DEDICA


A Bubu, il mio amore, il mio migliore amico, il mio tutto.


RINGRAZIAMENTI


Tutta la mia gratitudine va alla mia amica Moony, per il suo tempo, le sue idee e la sua meravigliosa capacità di “vivisezionare” un personaggio.


Vorrei anche ringraziare la mia cara amica Cristina Massaccesi che ha accettato di tradurre la versione inglese di Kogitsune nella lingua di Boccaccio e Machiavelli. Anche mia madre potrà finalmente leggere quello che scrivo.


GENTILI LETTORI,


Questo racconto è una rielaborazione di Kokaji, un dramma giapponese del teatro Nō che narra la storia di un leggendario forgiatore di spade che viene aiutato dal dio Inari a temprare una spada speciale per l’imperatore Ichijo (980-1011) conosciuta come “Kogitsune-maru” (Spada della Piccola Volpe).

L’opera teatrale (in inglese e con il testo originale giapponese a fronte) si trova qui: http://www.the-noh.com/en/plays/data/program_037.html


Spiegazioni su nomi e personaggi del folklore giapponese sono raccolti nel Glossario alla fine del racconto.


Questo racconto può essere letto gratuitamente. Se qualcuno dovesse mai chiedervi di pagarlo, vi prego di contattarmi su xiaxialake@gmail.com





Tutti i diritti riservati - Xia Xia Lake


Kogitsune

La piccola volpe


Un immenso cielo coperto di nuvole bianche fu il mio primo assaggio del mondo. Era un giorno di primavera e il manto dell’inverno esitava ancora sulla soglia che divide le stagioni. Strinsi gli occhi di fronte alle forme incerte che si mischiavano l’una con l’altra e che danzavano ai bordi della mia vista. Tutto era nuovo e confuso.

Uno starnuto mi fece fare un salto e mi stupii nel notare un filo di fumo bianco alzarsi dal mio muso. Piegando la testa, soffiai dell’altra aria fuori dal naso. Il vapore che si era sollevato dalle mie narici scomparve fra le ombre del nostro rifugio. Ridacchiai.

Sono nato sulla montagna su cui è stato costruito il primo tempio di Inari. Erano tempi più semplici, in cui gli uomini erano ancora pochi e il sessantaseiesimo discendente di Amaterasu era stato incoronato loro imperatore. La tana di mia madre era un incavo all’interno di un cedro nodoso, una culla confortevole imbottita di muschio che condividevo con le mie sorelle.

Il primo profumo che ricordo è l’odore muschiato della pelliccia di mia madre, e la sua coda attorcigliata alla mia schiena. Mi chiamò sentendomi muovere e alzò una zampa per rivelare la sua pancia. Strofinai il muso alla ricerca istintiva di latte e lanciai un guaito di gioia trovando la fonte del mio nutrimento. Il liquido che mi riempì la pancia era dolce e caldo e per la prima volta nella mia vita capii cosa volesse dire essere felice.

Il silenzio che permeava la tana, combinato al piacere di avere la pancia piena e al calore del corpo di mia madre, attirò su di me l’abbraccio irresistibile del sonno e così mi addormentai. Ero stanco e confuso dal peso di tutte le cose imparate nel mio primo giorno di vita. Esausto per l’incredibile novità di essere vivo.

Passai il secondo giorno della mia vita a esplorare, mentre mia madre era andata a caccia. Le mie sorelle - che avevano ancora gli occhi chiusi - si erano strette l’una all’altra per difendersi dal freddo e arrotolate insieme sembravano un nodo inestricabile. Sarei rimasto con loro se i suoni che provenivano da fuori non avessero richiesto di essere esplorati con urgenza.

Mi arrampicai sul bordo dell’incavo nell’albero e caddi di muso in una pozzanghera. La neve che gocciolava dai rami si era raccolta in una buca nel terreno, non molto grande, ma abbastanza profonda da bagnarmi tutto il pelo. Mi allontanai con un guaito, lanciando acqua dappertutto e inciampando su una roccia rotonda. La roccia rotolò via e finì accanto al mio piede. Una creatura grande quanto la mia zampa tirò la testa fuori da una fessura nella pietra rovesciata e cominciò a scuotere il suo pugno verso di me.

Attento a dove metti le zampe, novellino!” Si mise a borbottare e a protestare mentre rimetteva la pietra al suo posto, sbuffando per lo sforzo. “Maledetti cuccioli, che si divertono a svegliare tutta la valle all’alba,” disse asciugandosi la fronte con la zampa. Notai che le sue zampe erano diverse dalle mie e anche il suo corpo era diverso: stava in piedi sulle zampe posteriori e non c’era alcuna traccia di pelo. Lo odorai e il mio naso venne invaso da un odore dolce e invitante che mi fece fare una smorfia.

“Allora?” chiese la strana creatura, tenendo le zampe sui fianchi. “Non hai intenzione di chiedermi scusa?”

Sbattei le orecchie e feci qualche passo indietro con la coda fra le zampe.

Io…” La mia prima parola! Ma non avevo idea di come si chiedesse scusa.

La mia schiena urtò contro qualcosa di solido, ma caldo e soffice, come mia madre. La piccola creatura spalancò gli occhi e sollevò lo sguardo sempre più in alto. Girai la testa per vedere cosa c’era dietro di me. Non era mia madre.

“Mio figlio ti sta dando fastidio, Biko-san?”

Certo che no, o grande Inari,” disse la creatura con un filo di voce, prostrandosi al suolo e spingendo il viso nella neve.

Figliolo, chiedi scusa al nostro piccolo amico yōkai per aver disturbato il suo riposo e rovinato la sua casa. Sei stato scortese con lui. Devi dire, ‘Ti chiedo perdono, Biko-san.’”

Mi aveva chiamato figliolo per farmi capire chi era, ma io lo avevo riconosciuto nell’istante stesso in cui i nostri occhi si erano incontrati. Il mio cuore conosceva la parola che lo indicava, la mia anima conosceva la sua impronta. Era Otousan. Mio padre. Non erano parole che dovevano essere imparate. Riconoscerlo era ovvio, come lo era la consapevolezza di essere vivo. E aver conosciuto il mio signore, mi faceva battere forte il cuore.

Era magnifico, mio padre. Prima di incontrarlo, avevo pensato che il cielo aperto fosse la cosa più bella che avessi mai visto nella mia breve vita, ma adesso che era al mio fianco, sapevo di essermi sbagliato. La sua aura mi toglieva il fiato e si espandeva intorno a me come quella dell’augusta dea che comandava il cielo. Tutta la valle sembrava trattenere il respiro e persino ora, secoli dopo, la presenza divina di mio padre mi lascia senza parole.

“Otousan,” sussurrai.

Prima chiedi scusa, Kogitsune, dopo potrai venire da me e presentarti a dovere.”

Lo yōkai mi guardava, ma i tratti del suo volto non esprimevano alcuna emozione. Soltanto dopo avrei scoperto che stavo osservando una maschera bianca con due fessure nere e il disegno di una spirale rossa dove avrebbero dovuto trovarsi bocca e naso.

Ti chiedo perdono, Biko-san,” Gli dissi, chinando la testa.

“È tutto dimenticato, giovane dio.”

Mio padre sorrise e inclinò la testa verso lo yōkai, poi si girò allontanandosi con calma. “Seguimi,” mi disse, e io cominciai a camminare silenziosamente dietro di lui, facendo schizzare la neve ormai sciolta mentre affrettavo il passo e saltavo nel tentativo di restargli vicino.

Non riuscivo a vedere alcuna somiglianza fra di noi. Otousan aveva nove folte code che dondolavano da un lato all’altro a ogni suo passo, mentre io ne avevo solo una. La sua pelliccia bianca risplendeva con il riflesso della luce che arrivava dall’alto, mentre il mio pelo era rossiccio come una macchia. E poi lui era enorme, un gigante accanto a me, e almeno dieci volte più grande di mia madre.

Ci fermammo sulla riva di un lago, in un piccolo prato coperto di fiori bianchi e viola. Mio padre si sedette e io lo imitai. Eravamo vicini alla tana, appena oltre la linea dei cedri. Il lago rifletteva le nostre immagini come uno specchio e io abbassai la testa per osservare il mio aspetto, il muso, le orecchie, le mie piccole zanne. Una libellula dalle zampe sottilissime correva a scatti lungo la superficie dell’acqua, mandando in mille pezzi il nostro riflesso.

Era tutto così sereno. E sarebbe stato sempre così insieme a lui. Dietro di me, la valle aveva ripreso a respirare, gli uccelli cantavano, gli animali correvano su e giù lungo gli alberi e il gocciolio della neve che si stava sciogliendo si univa alla loro canzone. Il silenzio adesso abbracciava il lago e i canneti che lo circondavano. Sembrava che ogni suono si ammutolisse all’arrivo di mio padre, come se il tempo rallentasse la sua corsa e la montagna si inchinasse davanti a lui e restasse in silenzio in segno di rispetto.

Mi guardai dietro le spalle. C’era qualcosa di magico che accadeva ovunque mio padre poggiasse le zampe. Vidi degli iris bianchi fiorire nelle tracce lasciate dalle sue impronte e quella lunga fila di fiori andava dalla nostra tana fino al lago.

Hajimemashite, Kogitsune.” Sono lieto di conoscerti, Kogitsune, mi disse guardandomi con i suoi occhi dorati che brillavano della sua divinità.

“Hajimemashite, Padre.”

Non scambiammo altre parole quel giorno, ma passammo il resto del tempo a contemplare il lago mentre i nostri cuori si parlavano e imparavano a conoscersi. Nel corso degli anni, avremmo passato molte altre ore in silenziosa contemplazione.

Quando le increspature sull’acqua scomparvero e il lago ritornò simile al vetro, notai finalmente la nostra somiglianza. La vidi nei nostri occhi che condividevano la stessa dorata natura divina. Erano gli occhi dell’immortalità. Non capivo ancora quanto fossi diverso dalle mie sorelle.


*********


Nei primi tempi, quando mi nutrivo solo del latte di mia madre, Otousan veniva a trovarmi tutti i giorni. Salutava anche le mie sorelle, ma l’attenzione che dava loro era diversa. Era il genere di attenzione che un dio dà ai suoi protetti e non quello che un padre può dare ai suoi figli. Io ero l’unico fra noi cuccioli che lo accompagnava al lago.

Temevo che le mie sorelle potessero diventare gelose di me perché ricevevo tutto l’amore di mio padre, ma capii che vedevano la loro esistenza in un modo diverso dal mio. I mesi passavano e le loro preoccupazioni erano tutte rivolte ad avere cibo e riparo, mentre io era interessato a comprendere il senso dell’universo. Non avevano imparato a parlare, ma comunicavano con me abbaiando e facendo vari suoni e io le capivo comunque.

Mi rattrista aver perso molti dei ricordi di mia madre e delle mie sorelle, ma il senso del tempo di una volpe e di un kitsune funziona in maniera diversa. Se mi guardo indietro, mi sembra quasi che le loro vite siano passate in un battito di ciglia, come una piuma che cade da un albero, mentre la mia vita è avanzata con il passo di una vecchia lumaca.

Fu lungo le rive del lago che mio padre mi insegnò le cose del mondo. Mi parlò degli dei Izanagi e Izanami che avevano creato il Giappone. E poi mi disse di Amaterasu, la dea del sole che porta la luce del giorno. Mi raccontò degli yōkai, gli spiriti che vivono sulle montagne, nelle acque, nella neve e negli alberi. Il lago rifletteva le loro immagini, perché Otousan le faceva apparire sulla superficie dell’acqua mentre mi parlava di loro. Amaterasu era alta e con la pelle bianca come la superficie di un osso. Aveva occhi brillanti, capelli neri come l’onice e la testa circondata dai raggi del sole. Izanagi e Izanami, invece, erano vecchi quanto il mondo e con capelli bianchi che gli arrivavano fino ai piedi.

“Tutti gli spiriti vengono chiamati yōkai e noi stessi lo siamo,” disse un giorno mio padre. “Alcuni yōkai, tuttavia, hanno anche un secondo nome che li distingue dagli altri.”

Mi parlò degli ayakashi, gli spiriti dei morti che anelano vendetta. Dovevo stare lontano da loro perché potevano essere pericolosi anche per il giovane figlio del dio Inari. Gli spiriti che vivevano negli alberi, invece, si chiamavano kodama e poi c’erano i tengu, uccelli neri dai lunghi becchi, e i mostri che popolavano i fiumi, i kappa.

Anche le divinità come me avevano un nome diverso fra gli yōkai: io ero un kitsune, uno spirito multiforme capace di creare illusioni e che sapeva trasformare il suo aspetto a piacimento.

Un giorno mio padre mi parlò anche degli esseri umani.

Devi stare lontano da loro. Kogitsune. Non puoi fidarti degli umani.”

“Sì, Otousan,” risposi.


*********


La lezione più difficile imparata durante quei primi anni fu la differenza fra morte e immortalità. In quei giorni passavo tutto il tempo in compagnia di mio padre, vagavamo per la montagna e mentre lui si lasciava dietro una scia di iris controllavamo che tutti gli spiriti stessero bene. Io, grazie a una dieta di offerte sacre ricevute dalle creature della montagna, ero cresciuto e avevo cominciato a percepire le fibre d’oro che collegavano tutte le vite e scorrevano in profondità sotto le mie zampe. Ma ero ancora un novellino, giovane e innocente.

Era estate e le foglie stavano diventando di un verde brillante. Una mattina, un kodama che viveva in una vecchia quercia chiamò mio padre, “O Inari-sama, una parola, per favore.” Gli sussurrò qualcosa all’orecchio.

Inari-sama. Gli spiriti si rivolgevano così a mio padre in segno di rispetto, con un titolo onorifico riservato alle divinità più importanti: sama. Ringraziò lo spirito prima di girarsi verso di me, “Oggi, figlio mio, imparerai cos’è la morte.”

Mi accompagnò nella valle in cui si ergeva l’albero di cedro con l’incavo, orgoglioso fra i suoi fratelli. Era passato più di un anno da quando lo avevo visto per l’ultima volta. Mi saltò il cuore in petto e corsi felice verso l’albero, chiamando mia madre. La trovai addormentata e cercai di svegliarla toccandola gentilmente con il muso. Era fredda e immobile e sembrava circondata da uno strano senso di pace. All’interno della tana si vedevano galleggiare delle piccole luci verdi: delle lucciole che stavano vivendo le loro ultime ore.

“È andata via,” disse mio padre. Non capivo cosa volesse dire e lo guardai con occhi confusi. “Le volpi hanno una vita più breve della nostra. Tua madre si è riunita alla montagna e, quando sarà pronta, ritornerà.”

“Potrò vederla di nuovo?”

Otousan scosse la testa. “Non in questa vita. Le lezioni che potevate apprendere insieme sono finite.”

Fissai lo sguardo sulla pelliccia rossa di mia madre che era così simile alla mia. “Vorrei restare con lei. Almeno per un po’. Se posso.”

Mio padre annuì. “Ti darò due mesi per piangerla. Poi dovrai tornare da me.” Quando mi voltai per guardarlo, era andato via, scomparso nel nulla.”

Mi addormentai accanto al corpo freddo di mia madre. Speravo di poterla riscaldare come lei aveva fatto con me quando ero ancora un cucciolo. Quando mi svegliai, mi ritrovai da solo. Le lucciole erano morte e mi chiesi cosa si provasse ad avere una vita così breve senza sapere nulla del passaggio delle stagioni.

Eppure, mia madre non era scomparsa del tutto. L’odore muschiato della sua pelliccia aleggiava ancora nella tana e mi ricordò di tutte le volte che le avevo accarezzato la coda con il muso per scaldarmi il naso. Quella fu la prima delle tre volte in cui ho pianto nella mia vita, perché c’erano due lezioni da imparare, non una sola. Con la consapevolezza della morte, avevo appreso anche l’esistenza del dolore.

Rimasi a dormire nell’incavo fino alla fine del mio periodo di lutto. Dire addio era un lungo processo e solo dopo aver commemorato mia madre per un periodo appropriato, lasciai la tana.

Avevo la testa fra le nuvole e inciampai subito in una roccia facendo arrabbiare di nuovo un piccolo yōkai che conoscevo bene. Questa volta la roccia era diversa, più grande, più colorata e con dei simboli incisi sulla superficie. Lo spirito aprì una porticina di pietra nel centro della roccia e fissandomi con il volto coperto dalla sua solita maschera, cominciò a urlarmi contro. “Di nuovo tu! Sei cieco? Non vedi che continui a camminare sulle case delle persone? Mi hai rovinato il regalo!”

“Mi dispiace, Biko-san, mi dispiace, mi dispiace,” gli dissi chinando la testa. “Mi dispiace davvero.”

Mi spinse una ghianda contro il muso. “Guarda qui. Lo hai rovinato. Come posso darlo alla mia amata adesso?”

Sbattei gli occhi di fronte alla ghianda. Ero confuso perché non capivo cosa volesse dire. “Non capisco.” Mormorai timidamente. “Cosa c’è che non va?”

“Ah!” rispose schioccando la lingua. “Guardalo più da vicino, sciocco novellino.”

Strizzai gli occhi e vidi un simbolo semi cancellato su un lato della ghianda. L’ultima linea che lo componeva sembrava essere storta.

“Che cos’è?”

“È un kanji. Stavo scrivendo la parola amore su questa ghianda e adesso tu l’hai rovinata.”

“Posso aiutarti a trovare un’altra ghianda,” suggerii nel tentativo di calmarlo.

“Un’altra ghianda?” Urlò con fare oltraggiato. “Ci ho messo un intero secolo a trovare questa. Guardala! Era perfetta. Bellissima. Sarebbe stato il più bel regalo mai fatto. E tu hai rovinato tutto.”

“Mi dispiace così tanto. Perdonami, ti prego. Come posso riparare?” Gli chiesi piangendo.

“Non puoi,” disse senza possibilità di appello e chiudendomi la porta sulla roccia in faccia.

Abbattuto, mi misi in cerca di mio padre avviandomi lungo uno dei sentieri meno battuti della montagna e lì mi imbattei in uno spettacolo stranissimo. Un ragno enorme stava in attesa alla fine del sentiero e usava le sue zampe pelose per tessere un filo argentato. Il suo volto era quello di una vecchia donna umana ed era circondato da una cascata di lunghi capelli neri.

“Vieni da me,” cantava tenendo gli occhi rossi fissi su un piccolo umano che reggeva l’altro capo del filo argentato.

Respirai velocemente. Ayakashi. Quella creatura era pericolosa persino per me. Mi nascosi fra i cespugli per guardarli meglio. “Vieni da Okasan, piccolo mio. Ti terrò al caldo e con me sarai al sicuro.” Il piccolo umano, perso nel potere ipnotico del filo, fece qualche passo verso di lei. Più si avvicinava e più l’ayakashi spalancava la bocca. Aveva file e file di denti taglienti simili a quelli di una sanguisuga. La lingua le pendeva fuori dalla bocca ed era coperta di schiuma. Ogni volta che una goccia della sua saliva cadeva per terra, il terreno cominciava a sfrigolare.

Secoli dopo, mi dissi che avrei fatto la stessa cosa per chiunque. Non avevo alcun desiderio di imparare così presto un’altra lezione sulla morte. Mi trasformai in un ragazzo, con i capelli rossi e una maschera da volpe che mi copriva gli occhi dorati. Ero un mutaforme dopo tutto, per grazia del dio Inari, mio padre. Corsi verso il ragazzo, facendo spuntare i miei affilati artigli da volpe sulle mani da essere umano e li usai per tagliare il filo con un colpo netto.

L’umano sbatté gli occhi con l’aria confusa. Allora lo presi per mano e lo trascinai nella direzione opposta.

“No!” urlò la vecchia cercando di inseguirci sollevando una scia di polvere dietro di lei. “Voglio mangiarlo io. Ridammelo. Ridammelo!” L’eco delle sue urla mi fece venire la pelle d’oca. Il ragazzino inciampò e cadde e dovetti tirarlo per spingerlo di fronte a me. Spinsi con troppo vigore contro le sue fragili spalle ancora inconsapevole della mia forza.

“Ahia! Perché l’hai fatto?” Disse con un lamento.

“Guarda dietro di noi, sciocco! Corri o verremo entrambi mangiati vivi,” urlai.

Diede un’occhiata al vecchio ayakashi e si mise a correre urlando giù per il fianco della collina. Andava così veloce sulle sue due gambe che riuscii a malapena a stargli dietro. Indossava dei sandali di legno che sbattevano contro il suolo, mentre io ero a piedi nudi e percepivo ogni nervo della montagna nel mio corpo. Sentii un sorriso nascere sul mio volto di umano e lo sforzo mi fece male agli zigomi. Affrettai il passo per raggiungerlo. “Getta via quei sandali. Fanno troppo rumore.” Senza alcun commento, li lasciò cadere dai piedi.

Giunti a una svolta, lo presi per mano e lo trascinai dietro di me lungo un sentiero che conoscevo e che portava verso il lago. “Sai nuotare?”

“No…” Rispose con gli occhi spalancati.

“Non fa niente, non è troppo profondo.” Saltammo nell’acqua tenendoci per mano e ci nascondemmo sotto le ninfee. “Trattieni il respiro.”

“Com…”

Lo spinsi sotto la superficie dell’acqua proprio nell’attimo in cui l’ayakashi apparve sulla riva del lago con i sandali del ragazzo in bocca. Li sputò in acqua e ricominciò a urlare. “Dove sei? Dove sei?”

Strinsi il ragazzo fra le braccia tenendolo fermo per non far scoprire il nostro nascondiglio. Non sapevo se un ayakashi potesse davvero divorare un kitsune, ma non avevo alcuna intenzione di scoprirlo.

L’acqua attutiva i suoni, ma le mie sensibilissime orecchie riuscivano a percepire ancora i suoi versi e il rumore delle sue zampe che si muovevano sull’erba mentre si allontanava e malediceva il figlio del dio Inari.

Ruppi la superficie del lago con una ninfea sulla testa per accertarmi che la via fosse libera. Quando fui certo che fossimo al sicuro, tirai fuori il ragazzo che cominciò a sputacchiare e a respirare a fatica mentre tossiva forte come se avesse ingoiato tutta l’acqua del lago. Gli diedi un colpo sulla schiena. “Come stai?” Gli chiesi sottovoce.

Aveva i vestiti bagnati e aderenti al corpo snello. I capelli corti erano sparati in tutte le direzioni. “Ci è mancato poco.” Disse con un sospiro.

“Altroché,” sussurrai. “Che ci facevi da solo sulla montagna? Non hai paura degli yōkai?”

“Stavo…” fece un respiro profondo. “”Stavo cercando il dio Inari.”

Sentii le mie sopracciglia sollevarsi fino alla cima della fronte. Per fortuna avevo la maschera che mi copriva metà del viso nascondendo così la mia sorpresa. “Perché lo cercavi?”

“Voglio che mi benedica,” rispose.

“Non credo che il dio Inari benedica gli esseri umani.” “E poi,” aggiunsi con l’aria di chi stava parlando di cose segrete, “Non credo che gli umani gli piacciano molto.”

“Ma deve benedirmi! Ho bisogno del suo aiuto.”

“Perché?”

“Perché voglio diventare il più grande forgiatore di spade che sia mai vissuto.”

Disse quelle parole con una tale passione da lasciarmi senza fiato. Mi grattai la testa. “Che cos’è un forgiatore di spade?”

Be’, è una persona che fabbrica spade.”

“Che cos’è una spada?” Gli chiesi piegando da un lato la testa.

Mi guardò come se fossi la persona più stupida che avesse mai incontrato. “È una lama di metallo affilata che si usa nei duelli.”

“Ma perché?”

“Perché noi uomini a volte facciamo dei duelli e abbiamo bisogno di una spada per difenderci.”

“E quindi tu sei un uomo?”

“Mi stai prendendo in giro?”

“No?”

“Perché mi sembra che tu ti stia prendendo gioco di me.” Remò usando le mani fino alla riva e, dopo aver controllato un’ultima volta che l’ayakashi fosse davvero andato via, si trascinò sull’erba spaventando un serpente d’acqua che si nascose velocemente fra le canne. “Che cos’era quello?” Mi chiese.

“Soltanto un serpente,” risposi, scuotendo la testa come fanno le volpi per scuotere via l’acqua.

“Oh, capirai, soltanto un serpente.” Crollò esausto fra i fiori appassiti che adornavano l’erba ormai pallida. Presto i colori dell’autunno avrebbero preso il sopravvento sul lago. Il tempo stava diventando sempre più freddo.

Un piccolo fiore giallo gli accarezzò una guancia. Lo spinse via, ma il fiore continuava a tornare indietro e mi fece sorridere.

“Che c’è?”

“Devi asciugarti i vestiti o finirai per prendere un malanno.” Dissi schiarendomi la voce.

“Quello che devo fare è trovare il dio Inari.”

Nessun umano era mai riuscito a trovare Inari. Se gli avessi detto la verità, se ne sarebbe andato demoralizzato per non tornare mai più. Io invece volevo rivederlo e parlare ancora di spade. E così, mi venne un’idea.

“Ascolta, il dio Inari non si mostra a tutti. Devi guadagnarti la sua attenzione.”

Si rianimò. “E come posso riuscirci?”

“Vedi la valle dall’altro lato degli alberi? C’è un vecchio cedro che il dio Inari visita di tanto in tanto. Costruisci un altare in suo onore vicino a quell’albero e sono certo che un giorno riuscirai a incontrarlo.”

“Ma come posso fare a costruirlo?”

Gli sorrisi. “Ti verrà in mente qualcosa.”

“Be’…”

Il lago era diventato silenzioso e io sapevo che Otousan era lì con noi. “Sarà meglio che tu vada a casa prima che diventi troppo buio. Non vorrai incontrare un altro ayakashi, no?”

Lo guardai scomparire in lontananza. Si era girato a salutarmi un paio di volte e io avevo risposto al suo saluto senza riuscire a nascondere il mio sorriso. Era scalzo, i suoi sandali giacevano dimenticati nel lago. Li presi e li nascosi dietro la schiena.

“Che stai facendo, Kogitsune?” La voce di mio padre era fredda e mi fece rabbrividire nei miei vestiti da umano. Ruppi l’incantesimo, riprendendo la mia vera forma.

“Stavo facendo una nuova amicizia, padre.”

Mi rispose con un verso. “Ti deluderà. Gli esseri umani sono volubili. Non ci si può fidare di loro.”

“Se è così, imparerò il significato della delusione. Non preoccuparti per me, padre. Sono abbastanza grande. Posso cavarmela da solo.”

“Forse.” Diede uno sguardo ai sandali di legno. Il mio cuore venne invaso dal silenzio perché mio padre non era contento di me. “Che ci faceva tutto solo sulla montagna?”

“Ti cercava. Vuole diventare il più grande forgiatore di spade mai vissuto.”

“Ma certo.” Disse con un sospiro. “E costruirà un altare in mio onore per ottenere il mio favore. Kogitsune, noi non doniamo capacità eccezionali agli esseri umani. Il talento deve già essere in loro.”

“Lo so, ma non c’è bisogno che lo sappia anche lui, no?”

Mi sentii addosso lo sguardo indagatore di mio padre. “Ti senti solo? È per questo che lo stai facendo?”

Non dissi nulla.


*********


Nel corso dei mesi seguenti, mi comportai da figlio diligente. Seguivo mio padre dappertutto e ascoltavo i suoi insegnamenti mentre l’autunno si mischiava prima all’inverno e poi alla primavera. Nello stesso tempo, però, tenevo i miei piedi ben piantati a terra, alla ricerca dei passi di un certo umano che calpestassero le fibre vitali che si incrociavano al di sotto della montagna.

Nel giorno in cui notai i primi fiori di campo, percepii quella presenza nella valle e cominciai a correre all’impazzata. Non riuscivo ancora ad apparire e scomparire come faceva mio padre, il quale mi aveva spiegato che avrei ricevuto quel potere soltanto dopo aver ottenuto la mia quinta coda. Ci voleva un intero secolo perché un kitsune potesse crescere una nuova coda, e ci sarebbe voluto un mezzo millennio per averne cinque e, così, fino a quel momento, non potevo fare altro che correre come il vento.

Una volta raggiunta la valle, mi nascosi dietro un albero. Avrei voluto arrampicarmi e nascondermi fra i rami, ma la primavera era ancora giovane e non c’erano foglie dietro cui celarmi.

Ed eccolo lì, in piedi davanti al vecchio cedro, che osservava e studiava il terreno intorno all’albero. Indossava un kimono mofuku, il tipo che gli umani usavano per i funerali e durante i periodi di lutto. Le sue guance brillavano di minuscoli cristalli. Erano forse lacrime congelate?

Mi trasformai nel ragazzo con la maschera da volpe. Decisi di avere i capelli lunghi fino alle spalle e dello stesso rosso acceso della mia pelliccia. Decisi anche io di indossare lo stesso tipo di kimono, una scelta adeguata, poiché quella sarebbe stata per sempre la valle in cui avevo pianto mia madre.

“Non credevo che ti avrei rivisto qui,” gli dissi.

Fece un salto, lasciando cadere una pergamena nella neve. Il rotolo atterrò vicino alla casa del piccolo yōkai che mise la testa fuori dalla porta e fissò il giovane. Per la prima volta notai con stupore che il corpo dello yōkai era una versione in miniatura di quello degli esseri umani. Indossava persino un allegro kimono giallo e blu decorato con dei fiori rosa di ciliegio. Mi chiesi come mai non avessi mai notato prima quella somiglianza.

Il ragazzo non ebbe alcuna reazione all’apparizione di Biko-san. Lo yōkai aveva cominciato a scuotere il suo piccolo pugno verso di me, avvertendomi di non distruggergli un’altra volta la casa. Mi chiamò ‘novellino’ per due volte e poi tornò a nascondersi dentro la sua roccia mentre il ragazzo afferrava distrattamente la pergamena. Le sue dita sfiorarono la pietra, ma era ovvio che non poteva né vedere né sentire Biko-san.

Il ragazzo raddrizzò la schiena e si pulì le lacrime congelate sul viso con il dorso della mano. “Sarei voluto tornare prima, ma… non ho potuto.”

Non sapevo bene cosa fosse o non fosse educato chiedere a un umano, perciò decisi di chiedergli quello che volevo sapere. “Chi è morto?”

Fece una smorfia alla mia domanda. “Mio padre. Era malato da tempo. È per questo che non sono riuscito a tornare. Ho dovuto prendermi cura della mia famiglia.”

Forse avevo sbagliato a fargli quella domanda? Era chiaro che quell’argomento gli dava pena, perciò decisi di cambiarlo. “Che cos’è quella?” Chiesi facendo un cenno verso la pergamena.

“Oh, questa! È il disegno che ho fatto per l’altare.” Srotolò la carta washi e mi mostrò un disegno fatto con un pennello nero che raffigurava un kitsune con cinque code che aveva una chiave in bocca e stava seduto inorgoglito su un piedistallo di roccia. “Pensi che piacerà al dio Inari?”

Ero davvero colpito. “Non lo saprai finché non avrai finito l’altare,” risposi. “Ma dovresti aggiungere altre code. Il dio Inari ne ha nove.”

Mi guardò con un’aria perplessa. Forse era la mia mente a ingannarmi perché mi era sembrato che mi guardasse come alla ricerca di una coda o di un paio di orecchie pelose. Decisi che era soltanto la mia immaginazione e non ci pensai più.

“Mi aiuteresti a costruirlo?” Chiese, arrossendo e incapace di guardarmi negli occhi.

“Ti darò il mio supporto morale.”

“Certo…”

Intuii che voleva chiedermi qualcos’altro. “Cosa c’è?”

“Be’… Io… Me lo chiedo da quando ti ho incontrato.” Il suo sguardo era così intenso che avrebbe potuto far sciogliere la maschera che avevo sul viso. “Non mi hai ancora detto come ti chiami.”

Mi sentii lo stomaco pieno di farfalle. “Kogitsune,” dissi. Piccola volpe.

“Kokaji,” rispose lui e poi “Yoroshiku.” Prenditi cura di me.

“Yoroshiku, Kokaji.”

“Quanti anni hai?” Mi chiese gonfiando il petto e raddrizzando le spalle prima di aggiungere, “Io ne ho tredici.”

Io non avevo proprio idea di quanti avessi secondo i calcoli degli umani. Mia madre aveva vissuto cinque volte di più di una volpe normale perché l’immortalità di mio padre le aveva allungato la vita. “Che coincidenza, ne ho tredici anche io.” Dissi mentendo.

Presto diventeremo uomini,” disse con il volto illuminato di gioia.

“Uomini. Sì, certo.”

“Quando sarò un uomo, avrò della braccia possenti come tronchi, come dovrebbero avere tutti i forgiatori di spade.”

Era adorabile. Io sarei diventato un dio tra mille anni, ma non lo dissi ad alta voce.

“Perché ti nascondi dietro quella maschera?”

Perché scapperesti a gambe levate se sapessi che stai parlando con un kitsune. Non dissi nemmeno quello però. “Non ti piace la mia maschera?”

“Oh, no, penso che sia molto bella. Solo che…”

“Solo che?”

“Solo che vorrei poterti guardare negli occhi quando ti parlo.”

Mi sembrò di essere stato colpito in pieno petto da un pezzo di carbone incandescente. Lo fissai. “Forse un giorno potrai farlo.”

Si guardò le mani, rosso in viso. “Mi piacerebbe molto.”

Kokaji aveva trovato un masso bianco lungo la strada che portava alla valle ed era convinto che fosse perfetto per intagliare il kitsune. Lo aiutai a farlo rotolare su per la collina. Una delle peggiori decisioni della mia vita: impiegammo l’intero pomeriggio per riuscirci perché continuavamo a scivolare nella fanghiglia facendo così rotolare il masso verso il fondo della valle. Alla fine di quella giornata, eravamo distrutti dalla fatica.

Ci sedemmo su un albero caduto per riprendere fiato e guardare il sole scomparire al di là dei rami ancora spogli. All’improvviso, lo stomaco di Kokaji borbottò. Imbarazzato, cominciò a ridere e prese una sciarpa di cotone dalla manica del kimono. La aprì rivelando due palle bianche e mi diede quella più grande.

Io la guardai confuso, girandola fra le mani.

“È un onigiri, una palla di riso,” mi disse. “Si mangia così. Vedi?” Lo divorò come avrebbe fatto un ayakashi, facendone sparire almeno un terzo al primo morso e spargendo riso su tutto il kimono. Io feci solo un piccolo assaggio. Non sapeva di nulla e osservai con una smorfia Kokaji che invece continuava a divorare il suo con gusto. Convinto di non aver capito qualcosa, provai a dare un altro morso, più grande questa volta, e sentii una squisita dolcezza toccare la mia lingua. Quel sapore si espanse nella mia bocca, mi accarezzò la gola e arrivò al mio stomaco con una scia di piccoli fuochi d’artificio. Mi sentii riscaldare dall’interno. Era la cosa più buona che avessi mai assaggiato.

“Che cos’è?” Gli chiesi pieno di stupore.

“Marmellata di fagioli rossi,” borbottò con la bocca ancora piena. Fece un piccolo singhiozzo e poi aggiunse con orgoglio, battendosi una mano sul petto, “L’ho fatta io stesso. Ti piace?”

“Tantissimo!”

Mangiare insieme divenne una nostra abitudine ogni volta che ci incontravamo nella valle. Prima di cominciare a lavorare all’altare, ci dividevamo due onigiri di riso ripieni di marmellata di fagioli rossi. Poi bevevamo dell’acqua direttamente dal lago. Kokaji teneva le mani a coppa per farmi bere e io lo lasciavo bere dalle mie. Avevo chiesto a mio padre di benedire l’acqua del lago in modo che Kokaji non si ammalasse. Scoprii così che l’acqua benedetta era particolarmente nutriente per gli esseri umani e il mio giovane amico riusciva a lavorare fino al tramonto senza perdere energie.

Kokaji era un ragazzo pieno di talento. Sapeva usare scalpello e martello e quando gli chiesi chi glielo avesse insegnato, lui mi disse che era stato suo padre che era stato muratore. Mi mostrò gli attrezzi di suo padre e mi spiegò come li avrebbe usati per fare prima la testa, poi il corpo e infine le nove code del kitsune. Allora gli chiesi della chiave.

“Perché il kitsune ha una chiave in bocca?”

Kokaji ci pensò per un attimo. “Mio padre diceva sempre che il dio Inari è quello che benedice i nostri campi. Quando i raccolti sono abbondanti, lo ringraziamo. La chiave rappresenta la chiave dei nostri granai.”

Il dio Inari benedice la natura perché la sua natura è connessa alle fibre vitali di ogni esistenza che devono essere mantenute in equilibrio. “E così, se i raccolti sono poveri, voi maledite il dio Inari?”

Kokaji scrollò le spalle. “Se il raccolto va male, non possiamo farci nulla. Mio padre diceva che non possiamo sempre prendere cose dalla terra. Dobbiamo anche lasciarla respirare.”

Distolsi lo sguardo per nascondere il mio sorriso impacciato.

Durante quell’estate ci legammo molto. A volte, dimenticavamo l’altare per dei giorni interi e passavamo il tempo a fare il bagno nudi nel lago o a rincorrerci per la valle. Qualche volta, quando pensava che non lo stessi guardando, lo notavo mentre mi osservava con un’aria rapita. Io stavo al gioco e non gli dissi mai che mi ero accorto di quei suoi sguardi insistenti. Quello che Kokaji non aveva capito era che io facevo la stessa cosa con lui.

Ogni giorno, prima di andare via, mi raccontava storie di spade famose. Della spada di nove metri posseduta dal primo imperatore della dinastia Han. O di Kusanagi, la Falciatrice d’Erba, di proprietà di Yamato Takeru-no-mikoto, nel cui metallo viveva uno spirito capace di scatenare delle tempeste. Oppure della spada spirituale dell’imperatore Xuanzong della dinastia Tang che poteva scacciare demoni e spiriti cattivi.

“Pensi che potrebbe scacciare anche un ayakashi?” Gli chiesi.

“Probabilmente sì. Ma non vorrei mai fare del male a un ayakashi con quella spada.”

“E perché?” Domandai. Ero confuso.

“Perché,” disse prendendomi per mano, “ti ho incontrato grazie a un ayakashi.”

Mio padre non era molto contento della nostra amicizia, ma diceva che avevo il mio libero arbitrio e c’erano ancora delle lezioni che dovevo imparare e perciò non mi impediva di vederlo.

Nel primo giorno del nuovo autunno, il tempo era ancora caldo e il sole era alto in cielo. L’altare era quasi pronto e mancavano soltanto la chiave e le code. Lo avevamo sistemato sotto i rami del vecchio cedro.

Alla fine di quella giornata, quando lo scalpello aveva finalmente smesso di risuonare, Kokaji mi parlò del suo dilemma. “Penso che finiremo domani.”

“Lo credo anche io.”

“Però… Non so se dare al kitsune nove code o soltanto una.”

“Il dio Inari ha nove code,” gli ripetei quanto gli avevo già detto a primavera.

“Mah… Pensi che dovremmo scrivere i nostri nomi sull’altare?” Si accovacciò sulle gambe e toccò un angolo della base. “Qui, magari?”

Lo guardai senza capire. “Scrivere?”

“Sì. Che simbolo kanji usi per scrivere il tuo nome?”

Scrollai le spalle. “Non ne ho idea.”

Si illuminò in volto e mi guardò con gli occhi che brillavano. “Ti insegnerò io!” Prima di poterlo fermare, mi aveva afferrato per mano e aveva cominciato a trascinarmi dietro di sé in direzione del lago. Ripensai con affetto al nostro incontro di un anno prima, quando le nostre posizioni erano state opposte.

Kokaji prese un ramoscello e ripulì una sezione di terra bagnata fra due ninfee rosa. “Il mio nome si scrive così,” disse creando dei disegni delicati nel fango. “Tre segni per ‘piccolo’.” Era un simbolo semplice e adorabile. “Diciassette per ‘forgia’ e altri sette per ‘fusione’.” Gli ultimi due simboli erano eleganti e più complessi del primo. Davano al suo nome forza e significato e vibravano come animati dalla profezia di un futuro meraviglioso.

“È bellissimo.” Dissi.

“Grazie! Adesso scriviamo il tuo.” Mise il ramoscello nella mia mano e mi fece chiudere le dita intorno al bastoncino. Gentilmente, coprì la mia mano con la sua per guidarmi. “Puoi usare il kanji che significa piccolo e scrivere ‘ko’, proprio come me,” disse mentre muoveva lentamente la mia mano e il ramoscello formava davanti ai miei occhi lo stesso simbolo che era all’inizio del nome Kokaji. Le mie guance stavano andando in fiamme per la sua vicinanza. “E puoi scrivere ‘gitsune’ con gli stessi ideogrammi di ‘kitsune’.”

“Kitsune?” Gli chiesi allarmato.

“Sì,” mormorò, poggiando il mento sulla mia spalla destra e mettendomi un braccio intorno alla vita. “Kitsune.”

Il cuore mi batteva forte in petto. Nove tratti per scrivere volpe. Dodici per scrivere Kogitsune. Il simbolo per ‘piccolo’ condiviso dai nostri due nomi.

“Dovremmo scrivere entrambi i nostri nomi sull’altare domani,” Suggerii con un po’ di esitazione.

“Dovremmo farlo,” disse senza mai lasciarmi andare.

Uno stormo di anatre interruppe il silenzio volando sopra le nostre teste.

Decidemmo di fare una festa il giorno dopo per celebrare il completamento dell’altare con onigiri di riso e acqua. Kokaji mi disse che conosceva il posto in cui sua madre nascondeva il sakè e che avrebbe cercato di rubarne un po’ per la nostra festa.

Quella notte dormii nella mia vecchia tana, inebriato al pensiero che il giorno dopo avrei rivisto Kokaji. Per tutta la mattina seguente accarezzai le fibre vitali con le zampe alla ricerca dei suoi passi che si avvicinavano lungo il fianco della montagna. Verso mezzogiorno, però, cominciai a preoccuparmi e presi a cercarlo oltre la valle, verso i villaggi degli esseri umani. Fu allora che lo vidi piangere sotto un albero di prugne. C’era una donna che litigava con lui e ai loro piedi notai i resti di una bottiglia di sakè rotta.

Scesi dalla montagna come un tornado. Feci appello alla mia natura divina e a tutti gli insegnamenti impartiti da mio padre e mi trasformai in uno stormo di uccelli rossi che saettavano nel cielo come una freccia. Arrivai immediatamente all’albero di prugne. Avevo dodici paia di occhi e dodici paia di orecchie e quello che vidi e che sentii in quel momento mi spezzò il cuore.

“Sei uno sciocco, Kokaji. Non ci sono ragazzi che vivono sulla montagna.”

“Ma, Okasan!” Madre, quella donna era sua madre. “Ascoltami, ti supplico. È un mio amico. Devo rivederlo.”

“Si tratta di uno yōkai. Kokaji, promettimi che non lo vedrai mai più. Promettimelo. Ti farà un maleficio. Getterà una maledizione su tutta la nostra famiglia.”

“Non è uno yōkai!”

“Gli hai mai visto gli occhi? Di che colore sono?”

Kokaji rimase paralizzato e a bocca aperta. Voltò lo sguardo verso la montagna e si fermò a osservarla prima di rispondere. “Non me ne importa nulla.” Sibilò. “Lui è un mio amico.”

Sua madre si gettò ai suoi piedi. “Kokaji, sei tutto ciò che mi resta. Se dovessi perdere anche te, ne morirei.” Gli prese le mani. “Giurami che non lo vedrai mai più.”

“Ma…”

Le guance della donna erano rigate di lacrime. Il suo corpo minuto era scosso dai singhiozzi. “Giuramelo, ti prego!”

Diglielo. Dille che ti ho salvato la vita. Dille di come abbiamo corso insieme lungo il fianco della montagna e di come abbiamo nuotato nel lago. Dille di come hai intagliato l’altare per Inari e io sono rimasto accanto a te a guardarti mentre le tue mani accarezzavano la pietra. Dille come ci siamo divisi il cibo. Diglielo. Lotta per la nostra amicizia. Ti prego. Non abbiamo ancora scritto i nostri nomi nella pietra per l’eternità. Non lasciarmi proprio adesso.

Kokaji sospirò e si prese la testa fra le mani.

Rimasi in attesa, attaccandomi a ogni suo respiro. Il cuore mi martellava nel petto, terrorizzato dal passaggio del tempo. Avrei voluto fermare quell’istante. Per un attimo desiderai che quel momento restasse congelato per tutta l’eternità, perché ciò che stava per accadere non avrebbe portato altro che dolore e perdizione. La mia perdizione. Kokaji cominciò a parlare e le sue parole mi scalfirono il cuore proprio come le sue mani avevano scavato nella pietra per intagliare il kitsune. “Lo giuro. Ma…”

Non rimasi ad ascoltare il resto delle sue parole.


*********


Gli esseri umani. Che creature deludenti. Mio padre lo sapeva e aveva cercato di avvertirmi.

Tornai volando fino alla valle, con dodici paia di occhi che lampeggiavano come altrettante fiamme dorate. Atterrai accanto all’altare e ripresi le mie sembianze da uomo, indossando il kimono da funerale. Infilai la mano nell’incavo del tronco. Le mie mani sfiorarono i sandali che Kokaji aveva perduto e li afferrai. Bruciavo di furia.

Le fibre dorate della vita vibravano dentro il mio corpo e io inspirai il loro potere con la disperazione di un animale morente. Quel potere mi consumava, erompeva dalle mie mani, dai miei piedi, dai miei occhi, dalla mia bocca finché non restò nulla se non il kitsune. Ero diventato un fuoco selvaggio. I sandali di Kokaji emanavano fiamme verdi fra le mie mani come due bastoncini di incenso.

Un kitsune aveva bisogno di un intero secolo per far crescere una nuova coda. Avrei dovuto imparare lentamente e crescere con calma, ma la sparizione dell’ultima briciola di cenere purificò il mio essere e lanciai un tremendo ruggito, facendo uscire le fiamme che mi ardevano dentro.

Quel giorno guadagnai una nuova coda, più velocemente di ogni altro kitsune che mi aveva preceduto, ma persi anche tutto ciò che aveva importanza per me.

Mi risvegliai in un campo divorato dalle fiamme, senza più alberi e vegetazione e con il pelo ricoperto di cenere nera. Ero più grande, più potente. Più divino. Avevo due code dove prima ce n’era stata soltanto una. Ma in cambio, l’intera valle era scomparsa. Sacrificata per ottenere quella nuova coda.

Mio padre mi guardava severamente, con gli occhi pieni di disapprovazione. “Hai perso il controllo e se non fosse stato per Biko-san, avresti dato fuoco all’intera montagna. Come intendi difenderti?”

Avevo la testa pesante e il corpo privo di energia. Restai allungato ai suoi piedi, con il muso nella cenere. Non restava altro che la statua annerita dell’altare per Inari.

“Biko-san… è ancora vivo?” Avevo la gola secca e riuscivo a malapena a parlare.

“Sta dormendo. Era uno spirito della terra, l’essenza che vive nell’erba e nei fiori. Era a lui che i fiori si rivolgevano per gentilezza. Resterà addormentato finché qui non ritornerà il verde.”

“Capisco.” Abbassai gli occhi. “Mi dispiace.” Precipitai in un vortice di cupa disperazione. Sembrava che non riuscissi mai a offrire nient’altro a Biko-san che le mie scuse.

“Dormi ora. Veglierò io su di te,” disse mio padre. Poi aggiunse, con una profonda amarezza nella voce, “La seconda coda è quella più difficile da ottenere poiché cresce dalla sofferenza. Sei ancora troppo giovane per questa lezione, figlio mio, ma adesso sei un vero kitsune. In ogni disgrazia esiste un miracolo, così come esiste la bellezza in ciò che è rotto. Dovrai rimettere insieme i pezzi, unirli con delle venature d’oro e abbracciare la tua nuova natura al momento del tuo risveglio.”


*********


Passarono dieci anni prima della rinascita dell’erba e perché i nuovi virgulti di cedro avessero abbastanza coraggio per spuntare in cerca dei raggi del sole. Dieci anni, durante i quali pregai per il ritorno di Biko-san. Dieci anni in cui rifiutai persino di fare il nome di quell’essere umano.

Preferivo tenermi lontano dagli uomini. Quando per caso ne incrociavo uno, cambiavo subito strada. Se li sentivo aggirarsi per la montagna, interrompevo subito la mia connessione con i fili delle loro vite. Quando li sentivo parlare, cercavo di distrarmi con il canto degli uccelli. Non era difficile evitarli allora, perché non c’erano così tanti uomini come adesso.

La mia irritazione aumentò quando alcuni uomini trovarono i resti incompleti dell’altare di Inari. Cominciarono allora a fare pellegrinaggi in cerca del dio, a lasciargli doni, cibo, incenso e candele. Una volta una donna lasciò un neonato in un cesto. Il piccolo pianse dall’alba al tramonto e io temetti che potesse attirare un ayakashi affamato. Mio padre, però, arrivò prima. Conosceva una vecchia donna che viveva sola dall’altro lato della montagna e le portò la cesta con il bambino.

Con il passare degli anni, l’altare acquistò sempre maggiore fama. Avrei voluto distruggerlo e immaginai che gli yōkai sarebbero stati d’accordo con me, ma la loro reazione fu paradossale. Amavano ricevere tutte quelle offerte e ingrassare con tutto quel cibo. Ogni volta che gli umani offrivano loro del sakè, gli spiriti trasformavano l’occasione in una festa e si riunivano arrivando da ogni angolo della montagna con le loro piccole ciotole di legno per condividere il vino come fratelli. Io scuotevo la testa senza riuscire a capire.

Mentre mi abituavo lentamente alla presenza degli uomini sulla montagna, il mondo mi fece maledire la mia indecisione nel distruggere l’altare.

Un giorno di primavera, quasi nel decimo anno di sonno di Biko-san, Kokaji ritornò sulla montagna.

Sentii la sua presenza dentro la mia anima. I suoi piedi calpestarono le fibre dorate facendole vibrare e chiamandomi con ogni passo che lo avvicinava alla valle. Io restai impassibile sulla cima della montagna. Kokaji ritornò giorno dopo giorno e io continuai sempre a negare a me stesso il desiderio di rivederlo. Passarono cinquantasei giorni. E ogni mattina Kokaji visitava l’altare. Gli yōkai dicevano che c’era un uomo che stava lavorando per completare l’altare di Inari, armato di scalpello e martello e tantissima pazienza.

Il cinquantaseiesimo giorno, mi lasciò un regalo.

Non appena percepii la sua presenza allontanarsi dalla montagna, andai a vedere di cosa si trattava. Era un pacchetto avvolto nella seta, appoggiato alla base dell’altare che raffigurava un kitsune con nove code e aveva una chiave dorata fra le zanne affilate. Presi il pacchetto fra i denti e tolsi la seta. Ai miei piedi caddero un paio di sandali e un onigiri di riso. Li fissai sentendo un nodo stringermi la gola.

Senza pensarci, li portai al lago. Mi sedetti per mangiare il riso, tenendo gli occhi chiusi mentre assaporavo la dolcezza della marmellata di fagioli rossi che mi riscaldava lo stomaco. Rimasi a lungo presso la riva del lago con il muso fra le zampe a osservare le rane che gracchiavano. I miei occhi facevano fatica a restare aperti mentre cercavo di seguire l’aura dorata di Amaterasu che stava lentamente abbandonando il cielo.

Sentivo il mio essere vibrare. Le mura che mi avevano protetto fino ad allora avevano cominciato a squarciarsi e una luce piccola quanto quella di una lucciola aveva iniziato a spingersi fra quelle crepe. Mi ritrovai a scendere lungo la montagna su due gambe, con la luna piena alle mie spalle. Sul terreno vedevo la mia ombra: ero un giovane uomo con i capelli lunghi e un kimono a maniche larghe che svolazzavano nel vento. Indossavo i suoi sandali.

Ci sono tanti tipi di amore. C’è l’amore che si prova per il proprio signore per averci dato la vita. C’è quello che si prova per i fratelli, e poi l’amore per gli amici. E infine esiste l’amore che può provocare il più tremendo dei dolori.

Trovai la sua casa. Si era trasferito verso il bordo del villaggio, circondato da alberi di ciliegio e con un piccolo torrente che gorgogliava nelle vicinanze. Era una casa a due piani, con l’abitazione al pianterreno e una coltura di bachi da seta al piano superiore. Era coperta da uno spesso tetto di paglia e il pavimento era fatto di assi di legno coperte da tatami.

Attraversai la parete come avrebbe fatto uno yōkai e mi ritrovai nell’area della cucina, con i sandali che graffiavano un pavimento di terriccio accanto a un caminetto pieno di brace e una stufa su cui cuocere il riso. Dei pannelli di carta di riso dividevano la casa in altre due stanze, una per accogliere gli ospiti e una per dormire.

Trovai Kokaji sdraiato su un futon, con il corpo coperto da un kimono usato come lenzuolo. Non vidi altri esseri umani nella casa e così conclusi che viveva da solo.

Mi inginocchiai e gli scansai i capelli dagli occhi. Aveva la pelle calda, umida di sudore. Gli accarezzai una guancia e mi piacque sentire la sua barba graffiarmi il palmo della mano. Ormai era diventato un uomo.

Aveva una katana accanto e la sua mano destra era appoggiata sull’impugnatura. Riconobbi i simboli intarsiati lungo la lama. Kokaji. Il piccolo forgiatore di spade.

Lo guardai dormire per tutto il resto della notte, ipnotizzato dai piccoli rumori che faceva mentre dormiva. La mattina, prima dell’alba, attraversai la fucina mentre uscivo e rimasi meravigliato nel vedere un’incredibile varietà di spade meravigliose e bellissime impugnature. Toccai quelle lame affilate, notando il talento di chi le aveva forgiate. Kokaji era davvero diventato il migliore.

Un cavallo nitrì proprio mentre stavo uscendo dall’officina. Con un incantesimo, confusi la mia immagine con quella del ciliegio più vicino e divenni invisibile agli occhi degli uomini.

C’era confusione fuori dalla casa: quattro uomini con addosso costosi abiti da viaggio chiamavano a gran voce Kokaji Munechika.

“Munechika, sei in casa?”

“Chi mi sta cercando?”

Abbracciai il tronco dell’albero e ascoltai con attenzione la sua voce. Anche quella era cambiata. Era bassa, forte. Robusta.

Kokaji apparve davanti ai miei occhi. Era molto più alto degli altri uomini. Si stava aggiustando il nodo dei capelli con le mani. Osservai la sua schiena larga, le sue braccia solide come i rami di un albero, proprio come dovevano essere le braccia di un fabbro. Sentii crescere dentro di me una strana tensione.

“Sono un messaggero dell’imperatore Ichijō. Sua Maestà ha ricevuto una misteriosa profezia stanotte e vuole che Munechika costruisca per lui una spada speciale. Accetta l’incarico e sbrigati a completarlo.”

Kokaji si inchinò all’uomo in segno di rispetto, offrendo le sue più sincere scuse. “Sarei onorato di accettare questo incarico. Tuttavia, temo di non essere in grado di costruire la spada, poiché non ho un assistente che possa aiutarmi.”

“Un fabbro rinomato come te non ha un assistente?”

“Me ne vergogno, ma è proprio così. Per forgiare spade di tale importanza con successo, ho bisogno dell’aiuto di un assistente, di qualcuno che sia bravo quanto me. E io non ho persone di quel tipo nella mia officina.”

“Capisco cosa vuoi dire, ma poiché Sua Maestà l’Imperatore ha ricevuto un messaggio divino, dovresti ignorare queste preoccupazioni e affidarti al volere degli dei. Accetta il compito senza esitare.

Kokaji chinò la testa. “Molto bene. Mi affiderò alla speranza di un miracolo.” Raddrizzò la sua postura e puntò gli occhi stanchi verso il picco coperto di pini in cui mio padre amava passeggiare. “Accetto l’onore che sua Maestà ha deciso di offrirmi.”


*********


Mentre mi avviavo lungo la montagna, il mondo era coperto dal velo violaceo del crepuscolo. Raggiunsi il lago e ripresi la mia vera forma. Un movimento dall’altro lato del lago colse la mia attenzione. Vidi un brutto yōkai che si stava avvicinando alla valle. Le sue braccia erano simili a liane trascinate per terra, aveva un corpo tozzo, con dei piedi bulbosi simili a funghi e la testa con la forma di un masso pieno di bozzi. Gli occhi erano uno diverso dall’altro, aveva i denti rotti e un lungo naso che curvava verso una bocca senza labbra piantata in mezzo a un volto di pietra.

“Salve,” dissi cominciando a camminare alla sua stessa velocità.

“Saa-l-veee, Kami-sama,” disse gorgogliando.

“Perché stai visitando questo posto? Sei alla ricerca di qualcosa?”

Si girò verso di me, sbattendo quegli occhi scombinati, il sinistro più piccolo del destro. “Mio maaar-itoooo. Preestooo.”

“Tuo marito?”

Mi sorrise con la sua bocca enorme e gli occhi che scintillavano di felicità. Aveva vermi e larve ancora vive incastrate fra i denti. “Bi-koooo. Stanotte.”

Corsi da mio padre per raccontargli quella novità. C’erano un centinaio di yōkai riuniti per la rinascita di Biko-san e la valle vibrava di gioia. Alcuni uomini avevano portato del sakè all’altare, dando così l’occasione di fare una doppia festa.

Avevo paura di rivedere Biko-san perché la vergogna delle mie azioni mi bruciava ancora nel petto. La nebbia si era dispersa e mi era tornata la memoria. Ormai ricordavo quello che aveva fatto il piccolo yōkai per salvare la montagna. Mi aveva abbracciato forte, combattendo la mia furia con l’amore, aumentando di taglia per accogliermi fra le sue braccia per poter bruciare insieme a me. quando le fiamme si erano spente non era rimasto di lui che un piccolo seme.

Il seme era cresciuto fino a diventare un crisantemo viola. Sul fiore c’era una piccola crisalide. Lo yōkai della palude che, con mia enorme sorpresa, si era rivelato essere la moglie di Biko-san, aveva cominciato a cantare per lui. Il suo canto sembrava un insieme di acqua che gorgogliava in una palude e uno sciame di mosche ronzanti. Un altro yōkai della palude che era in piedi accanto a me disse che quel suono sembrava quello di Amaterasu in persona che ci benediceva con la sua splendida voce. Non ho mai incontrato Amaterasu, l’ho sempre soltanto vista brillare in cielo, ma avevo i miei dubbi che la sua voce fosse simile a quella dello yōkai.

Quando la luce della luna si appoggiò sulla crisalide, il bozzolo si aprì in due e Biko-san, nudo, apparve fra gli applausi e le urla di gioia di tutti quelli che erano venuti a incontrarlo. Non indossava alcuna maschera e potei vedere per la prima volta il suo viso. Aveva gli occhi verde chiaro come l’erba primaverile appena nata, il naso non era che un bottoncino e la piccola bocca aveva il suo broncio perenne. Aveva le orecchie a punta decorate di anelli d’argento. Stringeva una ghianda al petto e, con le braccia avvolte intorno alla cima, cercava disperatamente di non farla cadere.

“Yuri, amore mio!” Gridò. “Sei venuta per me!”

“Bi-koooo-saaan,” gorgogliò Yuri facendo colare del liquame verde lungo le guance. Prese Biko-san fra le sue lunghissime braccia e lui le diede la ghianda. Il kanji per la parola amore - Ai - era stato inciso su un lato.

Se non fosse stato per il severo sguardo di mio padre che mi tenne fermo al mio posto salvandomi dal disonore, sarei scappato di corsa. Mi avvicinai alla coppia con la testa china.

“Biko-san, Yuri-san, io…”

“Kami-sama,” disse Biko-san. “È tutto perdonato.”

Chinai la testa sulle zampe e, di fronte a un centinaio di yōkai, piansi per la seconda volta nella mia vita.


*********


Kokaji ritornò sulla montagna il giorno seguente con un cesto di offerte per il dio Inari. Si mise in ginocchio e pregò per ore.

“Mi è stato dato un incarico tremendamente difficile e anche se mi fa soffrire chiedertelo, ho bisogno di aiuto per completare un compito così arduo. Dio Inari, ti prego, puoi concedermi un miracolo?”

Ero in piedi dietro di lui e lo ascoltavo pregare verso il cielo.

“È passato tanto tempo,” dissi alla fine.

Le sue spalle si fecero tese e alzò lentamente la testa.

“Ho sentito che devi costruire una spada.”

Kokaji si raddrizzò ma non girò la testa per guardarmi. “Hai sentito bene.”

“Una volta qualcuno mi ha raccontato della spada di nove metri appartenuta al primo imperatore della dinastia Han, che riusciva a governare i nemici in qualsiasi direzione senza mai dover lasciare la capitale. È quello il genere di spada che devi costruire?”

“Kogitsune,” bisbigliò. Respirava a fatica e gli tremavano le spalle.

“No. Non dire nulla. Noi non siamo più amici. Mi hai gettato in balìa dei corvi, indifeso davanti agli spiriti tengu che mi hanno divorato il cuore. Ma ho deciso di darti il mio aiuto perché l’altra notte ho imparato cosa vuol dire il perdono. Torna a casa. Consacra la fucina al dio Inari e io verrò ad aiutarti.”

Me ne andai prima che potesse dire altro.

Kokaji passò una notte agitata, voltandosi e girandosi sul futon, gemendo nel sonno. Era tormentato dagli incubi e mi chiesi se avessero il volto del senso di colpa. Passò metà della notte nella fucina per consacrarla. Legò una corda sacra per sette volte intorno alla piattaforma per purificarla e mise ritratti dei kitsune ai quattro angoli dell’incudine. Fece bruciare dell’incenso per tutta la notte.

All’alba, feci cadere una pietra nel calderone di ferro. Risuonò con un rumore così orribile che Kokaji si svegliò di soprassalto gridando.

“È ora,” dissi. Ma Kokaji non riusciva a muoversi. Non poteva. Mi fissava con la bocca spalancata e io sapevo il perché. Avevo rinunciato all’illusione della maschera da volpe perché ne avevo una migliore. Lo guardavo dritto in faccia con i miei freddi, immortali occhi dorati.

Pensai, Guardami per chi sono davvero e trema. Scappa dal mostro, dal kitsune, come un vigliacco.

“Kogitsune! Finalmente! I tuoi occhi…” I suoi occhi si riempirono di lacrime mentre una tempesta di emozioni passava sul suo viso. Felicità. Vergogna. Speranza. Senso di colpa.

“La fucina ci aspetta,” dissi. Lo lasciai solo perché si vestisse.

Era stato un errore. Trovarmi tanto vicino a Kokaji quando era sveglio aveva riportato in vita dentro di me delle ferite che avevo cercato di seppellire nel profondo della mia anima. Feci uno sforzo per obbligare le mie mani a restare ferme lungo i miei fianchi invece di muoversi per poterlo sfiorare. La verità è che avrei voluto gettarmi fra le sue braccia e tenerlo stretto. Mi era mancato da morire.


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